Non c’eri lì fra le note dell’organo a bagnare le tue gote di pianto fra sete fruscianti ed ostentate eleganze. Non c’eri lì a sistemare il velo nel momento del sì amletico disegno divino che non ti ha voluta mai nei pressi di un altare. Eppure c’era il profumo di te e una presente assenza ad aleggiare nella navata echeggiante uno Schubert improvvisato. C’era la tua soffusa dolcezza nei mancamenti del respiro ad ogni istante di phatos. Ed io ti ho preso la mano stringendo la mia con la tua cedendo il passo all’impotenza di non averti qui nel cielo di aprile adombrato da una nuvola su cui assisa miravi dall’alto.![]()
Lacrime di fiori si schiudono in un sussurro silenzioso nei dettami di un cuore che ancora ti cerca nel ghiaccio di questi giorni che nessun sole saprà scaldare. Mi manca la consapevolezza che la foglia cade che il ventre ormai infecondo si sia svuotato di una vita ch’era solo la mia. E nel rantolo di quell’ultimo respiro sono lì verso quegli occhi chiusi che non abbagliano più le mie notti abbandonate. Sono su quel sorriso appena abbozzato nel gelido rigore della morte. La tua bocca muta non ha rughe davanti al marmo che sbiadisce
perchè non potesti invecchiare insieme a me. E nell’emisfero del mio passato mi restano solo occhi per piangere la mia fragilità.

Occhi appesi su quel che resta della piazza del paese e sul naufragio d’ogni speranza. Corpi scavati alle fosse, in un martirio di inganni ancestrali come la vita. Torna l’odore della ferita già vissuta, nei volti usurati dalla paura, nei rivoli di sangue amico, negli occhi che tuonano rumore di morte. Case di paese, senza più piche che volano basse, né cani solitari sdraiati dinanzi alle porte Non più donne assorte in preghiera, nei neri abiti di oscuri silenzi. Cosa resta di quei pensieri di quelle fatiche contadine di quei fiaschi bevuti alla luna nuova? Nulla … Solo un altro giorno confuso fra le macerie con lo specchio della vita senza più il riflesso delle rughe di questa gente a cercare similitudini impossibili.
Auguri, piccola mia! mamma
La lettera dell’avvocato canadese era lì sulla mia scrivania da tre giorni e, sebbene la mia segretaria m’avesse più volte sollecitata a prendere in considerazione quella pratica, l’avevo messa da una parte, riservandomi di occuparmene il prima possibile. Fu la telefonata internazionale del mio collega americano quella mattina che mi fece capitolare. Presi la lettera, mi accesi una sigaretta e sprofondai comodamente in poltrona a leggere il contenuto di quell’incarico che mi veniva conferito da oltreoceano. Matilde Smith, nata a Toronto il sette gennaio 1920, morta il 24 settembre 2008 lasciava una cospicua eredità alla sua unica figlia, nata a Salerno nel ’43, del cui ritrovamento incaricavano me, rinomata avvocatessa salernitana. <<Che ci fa una canadese a Salerno?>> fu il mio primo pensiero, mentre mi accendevo una sigaretta, sorseggiando un bicchiere di buon Porto. Nessuna notizia del padre, né della bambina, o meglio della donna, visto che oggi avrebbe 66 anni. Mentre in città imperversavano i bombardamenti, nel nosocomio della mia città una donna lottava fra la vita e la morte e, d’improvviso, la bambina era sparita. Bionda, occhi verdi e paffutella: << Come me >> pensai. Sulla lettera dell'avvocato canadese si parlava di una signora molto bella, in carne, dolce e solare, pacata ed allegra e con una gran passione per la lirica. Doveva essere una gran bella persona la vecchia canadese: anch’io amavo la lirica, così mi alzai e misi il cd della Boheme, la mia opera preferita. Chiusi gli occhi e, mentre continuavo a sorbire il mio Porto, assaporai per un istante quel momento; la musica si alzò ed io riaprii gli occhi, continuando a leggere. << Ma tu pensa. Produttrice di Porto, l’anziana americana >> dissi ad alta voce. Ne avevamo di cose in comune, ma cosa c’entrava il Porto con una signora americana? La storia si faceva sempre più avvincente e, nel corso della lettura, scoprii che Matilde produceva Porto anche in California, formaggio in Francia, pasta in Italia; del patrimonio facevano anche parte alcuni alberghi, case, titoli, nonché maggiore azionista di una banca etica e fondatrice di una associazione di commercio equo e solidale! << Una donna dinamica, non c’è che dire, ma anche molto generosa >> riflettei. Le indagini, continuava la lettera, avevano portato ad un’anziana infermiera, molto legata alla signora Smith e a due sue colleghe, le quali, però, non ricordavano il cognome della loro amica, ma solo il nome: Rossana. Lo stesso nome di mia madre! Mi misi ritta sulla poltrona e mi versai altro Porto, tanto mi stava cominciando a turbare quella strana vicenda. << Nome comunissimo, quello di mia madre, che peraltro era umbra >> considerai, quasi a cercare delle scusanti verso me stessa. Ma come cercare una certa Rossana, alta, possente, bruna ed abbastanza in età con gli anni, visto che oggi avrebbe quasi 80 anni, ammesso che fosse viva, ovviamente! Appoggiai la lettera sulla scrivania, cercando mentalmente di ricapitolare: si trattava di cercare una donna di 66 anni, bionda e con gli occhi verdi, la cui madre adottiva, un’infermiera, si chiamava Rossana, alta, formosa e con i capelli scuri, o meglio bianchi, a meno che non se li tingesse: insomma, pareva la storia della mia vita. Io sono bionda, con gli occhi verdi, solare ed allegra. Amo il Porto e la lirica: che strani pensieri, i miei. Chiunque avrebbe potuto pensare che io voglia approfittare della mia posizione, nell’indagine, ma riandando con la mente al passato, mi vengono in mente le due amiche della mamma. Come diavolo si chiamavano? Feci uno sforzo, ma proprio non mi veniva in mente. Ricordai solo che erano sue colleghe, ma ero solo una bambina allora e non rammentai di averle frequentate mai, dopo i miei primi anni di vita. Ripresi la lettura: la bambina ha un grosso neo sulla pancia. Cominciai a spaventarmi, per davvero. Mi vennero in testa certi discorsi di mamma, di quando mi raccontava di avermi avuta quando i medici le negavano la gioia di avere figli; di come, neonata, mi aveva dovuta salvare da morte certa; di come eravamo scappate da Salerno sotto le bombe, lei che mi teneva nascosta dentro il vestito. Mi versai dell’altro Porto, ormai ero sottosopra. Mia nonna mi diceva di come mi avevano tenuta nascosta da tutti, di come avevano paura che mi riprendessero. Sì, usava proprio quel verbo: riprendessero! Un'altra nota parlava di quella macchia rossa sulla nuca: una voglia di cocomero, diceva mamma Rossana Il quinto dito dei piedi un po' storto: quanti problemi con le scarpe avevo per quello. Bevvi ancora: ormai ero brilla! Senza rendermi conto dell’ora, mi alzai in fretta dalla poltrona e, infilata la lettera in borsetta, mi precipitai in casa di mia zia. Zia Caterina era l’unica sorella di mamma, ed essendo io figlia unica, la consideravo come una sorella. Non mi era mai apparsa così malinconica Salerno, come quella notte. Le strade mi apparivano molto più ampie del solito, forse perché erano completamente vuote ed illuminate a giorno dalla luce giallognola dei lampioni. La madonnina di Piazza della Concordia se ne stava lì in alto, sull’obelisco, ad osservare il mare increspato che sembrava mugghiare insieme al mio cuore in tempesta. Salerno sembrava partecipare al mio turbamento, così accostai l’auto lungo il marciapiede del lungomare e mi affacciai alla spalletta, osservando in lontananza le luci della costiera. Provai ad immaginare questa città invasa da soldati, l’aria pregna di fumo e di rancori, ma non mi riusciva di vagheggiarla con la fantasia in quelle condizioni. Mi è sempre apparsa come una città solare, frenetica al punto giusto, con il mare in pieno centro a regalare il suo odore di salmastro nel tran tran cittadino. Ripresi la corsa verso casa della zia, confidando di non imbattermi in una pattuglia della polizia, alla quale non sarebbe passata inosservata la mia strana ebbrezza. << Zia, dimmi la verità! Ma mamma era la mia vera madre? >> le urlai addosso, svegliandola in piena notte. << Come fai a sapere che... come fai a saperlo? >> Mi versai del Porto: ce n’era sempre una bottiglia per me, che ero l’unica in famiglia a berne. Stavo quasi per svenire, stante l’assurda rivelazione di cui ero testimone. La zia mi levò il bicchiere di mano e bevve lei, stavolta. Alzando il bicchiere mi accorsi di quanto fosse pallida, come le tremassero le quattro dita della mano. Presi la lettera e, mentre stavo per sbattergliela in faccia, notai un ultimo indizio. A quella bimba mancava un dito della mano sinistra. Versai dell’altro Porto in un bicchiere e mi accinsi ad ascoltare la sua storia.
Ero io, non c’erano dubbi!
La zia, saltò nel letto.
Mi precipitai in salotto, seguita da lei.
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