"Egli vide abili pittori e ordinò di andare insieme ai suoi messaggeri e di dipingere e portargli riprodotto il volto del Signore, affinché egli potesse rallegrarsi della sua immagine come della sua personale presenza. Ora vennero i pittori con i messaggeri del re, ma non furono in grado di dipingere un'immagine dell'umanità del Signore degna di adorazione. Quando però il Signore con la sua divina scienza guardò (riconobbe) l'amore di Abgar per Lui, e dopo che Egli vide che i pittori si davano pena per trovare un'immagine che essi lo dipingevano come Egli è e non ci riuscivano, Egli prese un panno e lo premette sul suo volto, che dona la vita al mondo, e questo vi restò impresso come Egli era. E quel panno venne portato e come una sorgente di grazie deposto nella Chiesa di Urai (Edessa) fino al giorno odierno". (Leggenda siriaca redatta attorno all'anno 800) In un paese lontano un’ombra gigante e grigia, inquietante e silenziosa, a volte, copre il cielo e le nuvole, il sole del mattino e quello della sera. Un giorno, un giorno di tanto tempo fa, in quella località, da tanti mai sentita, apparve un uomo venuto da altre terre. Il suo nome era Policarpo. Parlava una lingua sconosciuta, negli occhi cerulei un altro mondo, nel cuore tanti affetti. La barba grigia e incolta non nascondeva del tutto il pallore del suo viso emaciato e senza età. Il suo passo era incerto, zoppicava vistosamente. Un bastone nodoso, raccolto chi sa dove, era il suo indispensabile strumento di viaggio. Parlava piano, forse, per timidezza, forse per scandire nel miglior modo possibile il suo misero vocabolario, ma si faceva capire. Del resto aveva poche cose da dire a chi aveva poca voglia di ascoltare. Non chiedeva nulla e nessuno sapeva come si procurasse da vivere. Un giorno Policarpo chiese una tavoletta, una tavoletta di larice. Non gli chiesero a cosa gli servisse, ma fu accontentato nel giro di pochi giorni. I giorni a seguire Policarpo li trascorse a purificarsi, almeno così lui aveva detto in giro. Lo videro presso il fiume, strofinarsi vigorosamente con una pietra levigata, mentre una strana ed incomprensibile nenia, accompagnava quel mondarsi non solo del corpo, ma soprattutto dell’anima. Dalla ruvida sacca di tela tirò fuori una candida veste di lino ruvida, che indossò sulle membra impregnate di alcune profumatissime essenze orientali, che conferivano al suo colorito olivastro un’arcana aura di misticismo. Si cibò, per giorni di sola acqua sorgiva, cercando erbe selvatiche e bacche commestibili e, a chi gli offriva un pasto caldo, rispondeva che adesso aveva bisogno di nutrire solo la sua anima. In verità, non pochi erano quelli che dubitavano sulle sue capacità intellettive, ma non faceva del male a nessuno Policarpo, anzi era ai bambini che dedicava la maggior parte del tempo, raccontando loro strane storie, in una strana lingua ed essi, nel loro ingenuo candore, pur non comprendendo una parola di quella lingua sconosciuta, stavano ad ascoltarlo incantati. Il tempo era giunto, disse un giorno, così si isolò fuori dal paese e cominciò ad intagliare quella tavoletta di larice, con una coltellino dal manico in avorio puro, che portava sempre con sé, ma che nessuno gli aveva mai visto usare. Cominciò dal lato interno, scavando una sorta di cornice lungo tutto il perimetro, quasi dovesse segnare idealmente due piani distinti della tavola. Qualche giorno dopo, scese ancora in paese; stavolta si procurò della colla di coniglio ed uovo, lasciando attoniti gli abitanti, stupiti da quelle strane richieste. Lo scrigno, così si chiamava quell’incavo che Policarpo aveva realizzato, fu riempito di colla di coniglio, per attaccarvi una tela ruvida e spessa. Dovette aspettare qualche giorno, perché la stoffa aderisse perfettamente al legno. Nei giorni a seguire, Policarpo continuò a stendere sulla tela strati su strati di colla, insieme a del gesso che si era procurato frantumando dei blocchi di pietra che aveva trovato nei giorni precedenti. Questa mistura, via via asciugata e lavorata con una pietra, gli serviva per rendere la superficie levigatissima, quasi ad ammortizzare i movimenti del legno sottostante. Poi si mise ad appuntire un pezzo di carbone, residuo del fuoco che gli scaldava le membra ogni sera. E le sue mani cominciarono a muoversi armoniosamente su quella tela, delineando i tratti di un volto dalle sembianze umane, ma profondamente trasfigurato, come di chi abbia abbandonato le passioni terrene, per immergersi completamente in una dimensione spirituale, al di là dello spazio e del tempo. Man mano che il disegno si faceva più evidente, quel volto, pur immerso in una trascendenza divina, manteneva intatta l’immanenza dell’uomo, in una espressività che cercava di rendere plastica, con un abile gioco di ombre e chiaro scuri. A chi gli chiedeva cosa stesse realizzando, Policarpo rispondeva con una strana parola: liki e, benché nessuno ne conoscesse il significato, tutti si convinsero che stesse dipingendo qualcosa di sacro, ma di un sacro che andava oltre la comune trascendenza a cui erano abituati. C’era del fascino in quel lavoro che il vecchio Policarpo stava realizzando e non poche volte qualche ragazzo si nascondeva dietro ad un albero, per guardarlo lavorare, quasi fosse immerso completamente nell’opera che man mano prendeva forma sotto le sue dita. Accese un fuoco lento, un giorno, immerso nel silenzio della natura che pareva essere partecipe insieme a lui del fascino straordinario di quell’evento. Mise a scaldare dell’olio di lino e, quando questo cominciò a fumare, versò una manciata di polvere bianca, la cerussa, ed un pizzico di aceto di cobalto, tirati fuori dalla sua sacca, che pareva non avesse un fondo, tanti erano i piccoli fagotti annodati che estraeva da essa. - Cosa stai preparando- disse un ragazzo, finalmente uscito dal suo nascondiglio. - E’ olifa- rispose Policarpo, per nulla sorpreso di trovarsi di fronte al giovane, della cui presenza s’era accorto ormai da giorni, ma che non aveva mai osato scacciare, assorto com’era in quella sua creazione. - E a cosa serve?- incalzò il giovane, alquanto incuriosito da tutto quel rituale che gli aveva visto fare, per giorni e giorni, lassù nella radura fuori il centro abitato. Policarpo non gli rispose, ma lo invitò a sedersi accanto a lui, mentre si preparava a miscelare un altro strano intruglio. In un vasetto di vetro, ruppe un uovo, separando l’albume dal tuorlo e, presolo fra le mani, ne ruppe delicatamente la pellicola esterna, lasciando cadere nel contenitore il liquido rosso e denso. - Passami quella boccetta d’aceto- disse dolcemente al giovane, cominciando a mescolare vigorosamente il tuorlo con dell’acqua piovana che aveva raccolto qualche giorno prima, in un recipiente di legno. - Ma devi dipingere un quadro?- chiese il ragazzo, ormai completamente coinvolto da ogni manualità del vecchio e sorpreso da quegli strani ingredienti che egli usava. - L’uovo è simbolo della vita, e non può nascere nessuna creatura, che non sia concepita in un uovo. Non sto dipingendo un quadro, ma un’icona!- Il ragazzo sorpreso d’esser stato letto nel pensiero, rimase silente, senza chiedere altro, limitandosi ad osservare i gesti di quell’uomo, che lo affascinavano e parevano averlo immerso in un’atmosfera da fiaba. Si mise seduto accanto a lui a gambe intrecciate e con gli occhi andava qua e là fra le mani del vecchio. Il vasetto con il liquido a base d’uovo, servì a Policarpo per mescolare coloratissime polverine, contenute in minuscole sacche di stoffa, numerate una per una, a seconda della tonalità. Ne prese una, contenente della polvere scura e, con un dito, delicatamente, cominciò a dipingere i solchi del fondo, incisi sulla tavoletta di larice, a dare uno stacco profondo, fra terra e cielo. Tornò il giorno dopo e l’altro ancora, mentre l’icona prendeva man mano forma sulla tavoletta, stagliandosi dalle ombre scure del fondo, ai toni chiari del volto che sembrava completamente avvolto da balenii di luce. Il soggetto dipinto adesso era chiaro, ma il ragazzo non osava chiedere se fosse un Cristo o un Santo, tanto era espressivo quel volto, dalle sembianze così umane, ma allo stesso tempo così divine, simboleggiando una sorta di personaggio a metà tra il povero ed il diseredato, tra la ricca e fertile abbondanza e l’opulenza. - Tieni, prova tu- gli disse Policarpo, porgendogli una bacchetta nera appuntita. - Ricopia queste lettere, all’interno dell’aureola-. Il ragazzo, intimorito ma orgoglioso del compito che gli era stato affidato, prese a guardare attentamente le lettere: era una O, un’Omega, una Enne maiuscole. Vinta l’iniziale ritrosia, si mise al lavoro, sentendo nella mano una forza che andava al di là della sua volontà e, mentre acquistava sicurezza, Policarpo gli spiegò:- “Colui che è “: semplicemente questo vogliono dire le lettere che stai disegnando. Tornerai da due settimane, quando l’olifa sarà pronta. L’ho messa al sole, perché schiarisca per quaranta giorni, solo allora potremo rifinire l’icona-. Così avvenne, che una sera d’autunno, con un cielo che non prometteva niente di buono, quando Policarpo, più stanco del solito, s’addormentò sotto l’albero che per due mesi era stato muto testimone della sua creazione. Quella sera, una delle tante sere di quell’uomo venuto dal nulla, si raggomitolò, chiuso nei suoi vestiti da mendicante, nascosto agli sguardi indiscreti. Cosa pensava quella sera, mentre sistemava la sua gamba malconcia?Al suo passato? Policarpo avrà pure avuto un passato, dei genitori che lo hanno messo al mondo, una madre che certamente lo ha partorito. Avrà avuto una famiglia tutta sua? Una moglie? Dei figli? Ora dov’erano? Ma qualcun altro, nel buio della notte, aveva ben altri pensieri e veniva assalito da demoni oscuri. Si portò vicino al vecchio e decise di divertirsi un po’ con quel diavolo di un uomo senza storia, senza patria, forse neanche un uomo, ma un accidente catapultato da qualche onda bizzarra. Il bastone della vita di Policarpo divenne il bastone della morte. Qualcuno colpì un corpo già martoriato. La luna, quella notte, vide. Vide Policarpo morire sotto i colpi di uno sciagurato. Il mattino successivo qualcuno vide a terra un cencio e capì. Il vento della notte aveva asciugato quel corpo senza respiro. Grumi di sangue avevano abbeverato, quella notte, la terra salmastra. Tacque il paese. Tacquero le campane della pietà, tacquero le campane della solidarietà, tacquero gli abitanti delle fisse dimore. Tacquero, un po’ nascondendo il viso, i genitori dei tanti bambini, amici di Policarpo, che chiedevano, senza avere alcuna risposta. In quel lontano, tanto lontano paese, un’ombra gigante e grigia, inquietante e silenziosa, a volte, copre il cielo e le nuvole, il sole del mattino e quello della sera. Avvolge gli abitanti, che, cupi e senza fiato, sperano che quella grande cappa possa svanire nel cielo limpido, sotto il sole che riscalda, oppure essere risucchiata dal mare spumeggiante, le cui onde sembrano lanciare un grido di dolore, rivolto alla luna taciturna. C’è chi dice che quell’ombra, grande quanto un grande paese, sia l’ombra di Policarpo, di quell’uomo che si è addormentato sulla terra fredda, ma che ha lasciato, in quel paese lontano, tanto lontano un’icona che parli per lui. Un’icona in attesa che quel paese non taccia più, che non tacciano più le sue campane, che non taccia più la sua gente, così che i tanti Policarpo del mondo trovino pace e siano ascoltati. Quando al mattino, in quel lontano, lontano paese, il cielo è cupo ed il sole nascosto sotto un velo minaccioso, i bambini dicono che è Policarpo, che ricorda ai grandi che è tempo di svegliarsi e a loro, bambini e ragazzi, di prendere per mano il loro paese e farlo volare, come vola un aquilone.
Dedicato all'amico Paolo ( alias rebetiko) grazie al quale ho conosciuto questo genere musicale così particolare ed emozionante. Consiglio a tutti i miei lettori di andare a visitare il suo blog, dall'ascolto delle cui musiche è nato questo mio umile racconto
Era un uomo che aveva sofferto e che trasmetteva il suo dolore attraverso la musica. Un soggetto intrattabile, che s’emarginava da tutto e da tutti, proclamando un’innata diffidenza verso ogni autorità. La sua creatività e la sua indigenza erano percepibili solo grazie alle sue note. Infagottato nella sua fusciacca a tracolla, avvolta strettamente al petto, con i pantaloni aderentissimi, scarpe a punta con i talloni alti e un cappello di feltro, flosciamente spinto indietro sulla testa. A volte indossava una camicia nera, altre volte viola, sopra cui metteva una giacca, posata solo sulla spalla sinistra, incurvata a forma di gobba e leggermente protesa sul davanti, per lasciare libera la manica destra, pronta a far da scudo agli eventuali colpi di un probabile avversario, in una delle solite risse in cui spesso si lasciava coinvolgere. Tutta la sua enigmatica figura si stagliava nei sobborghi di Atene, del Pireo o di Salonicco, nelle cui taverne era dedito al controllo della droga, del contrabbando delle scommesse clandestine e dei bordelli. Pur considerato un corpo estraneo della società, continuava a portare in giro la sua musica, mai perdendo la sua identità, il senso dell’ironia e la dignità della sua libertà. L’aveva conosciuta in un tekè, mentre era intento a cantare una strascicata e struggente canzone, che aveva per oggetto l’amore sensuale, erotico, dei cuori spezzati. Erano venti minuti e più che eseguiva il pezzo, accompagnato dal buzuki e dalle corde del baglàma, mentre il suono gutturale, aspro e rauco impregnava l’atmosfera di un’aria rarefatta, eccitante, coinvolgente, ammaliante. Quasi fosse in trance, cantava per lei e per lei sola, desiderando con tutta l’anima quella donna. Come poteva pensare una simile assurdità? Chiederle di condividere la sua vita vagabonda e disordinata era un paradosso e, nel timore d’esser rifiutato, forse anche solo nel pensiero, nascose il turbamento che gli increspava le labbra, sotto il baffo corvino incerato. C’era una luce magnetica negli occhi di lei, mentre si lasciava trasportare dalla magia di quelle note. Lui cantava ad occhi chiusi, trasportato dal fascino di quella musica, eppure percepiva il fremito della pelle di lei, gli pareva addirittura di sentirne l’odore, così magnetico, seducente, accattivante. Si alzò lentamente e, sempre ad occhi chiusi, la cercò tentoni, imbrigliandole il braccio nella sua mano, che non oppose resistenza alcuna. Lei lo seguì docile, quasi andando dietro ad un arcano richiamo e, quando fu sul palco, divincolatasi dalla stretta dell’uomo, cominciò a danzare. Erano passi lenti, modulati dal movimento sinuoso e morbido delle anche. Il suo corpo sembrava fondersi tutt’uno con la musica, in fascianti mosse sensuali che s’accompagnavano al respiro, che ora si faceva pian piano più intenso. Nel locale era sceso un silenzio vibrante, come un respiro dentro l’arcobaleno, con l’aria rarefatta e ambrata del fumo dei narghilé, che regalavano a quella notte magica un’aura di fascino e di mistero insieme. Pareva che le movenze di lei, insieme alle note lascive di lui s’abbracciassero in un impetuoso amplesso, ma all’improvviso lo scroscio di mani, prorotte in un applauso, ruppe quell’incanto esplosivo. Lei si bloccò, al centro del palco, quasi fosse impaurita ed inquieta, come se si fosse svegliata da un sogno. Lui le si fece vicino a cercare gli occhi nei suoi e, quando la pupilla cerulea di lei sembrò virare da tutt’altra parte, allora, e solo allora, il musicista rebetiko capì ch'era cieca.
Il ricordo è un privilegio di pochi attimi, che ci restituisce piccoli e preziosi frammenti di vita. Frammenti inafferrabili ed eterei come l’arcobaleno. Nel mezzo, una miriade di uomini, il cui presente, arido e svuotato di vita, è ormai scolorito quanto il più lontano dei ricordi.
Preferisco scrivere di notte, o alle prime luci dell’alba, poiché i rumori della vita mi tolgono la concentrazione e, in quegli ovattati silenzi, rotti da qualche occasionale auto di passaggio, il rimbombo lontano della città crea un disturbo di fondo tutto sommato sopportabile. Solitamente me ne sto nel cerchio di luce di una vecchia lampada rosa antico, attorniata dalle ombre note della mia casa, premurose confidenti dei sussurri della mia penna, che traccia parole e parole sui fogli rigati d’un quaderno Una notte, era d’estate, mi parve di sentire una zanzara in volo, quasi un sospiro fastidioso, così provai a scacciarla con la mano, infastidita, ma quel suono sibilante, non più confondibile con il volo d’un insetto, si fece più percettibile. L’aria era come avvolta da fruscii strani, soffusi bisbigli, inspiegabili bagliori e alcuni moti dell’aria si andavano pian piano ad addensare, creando una sagoma che aderiva perfettamente alle mie spalle. Non riuscivo a vedere quella sagoma, sia perché, per lo spavento, non avevo osato girarmi, ma anche perché mi pareva di avvertire mentalmente l’apertura di un terzo occhio sulla mia nuca. Superfluo chiedergli chi fosse o cosa volesse, quindi mi limitai a pensare, sorprendendomi dell’improvvisa calma e naturalezza con cui stavo reagendo a quella strana apparizione. Quel corpo non mi degnò della benché minima attenzione, con un’indifferenza ed una freddezza che quasi m’offendevano, ma all’improvviso sentii che muoveva la sua mano, lentamente, molto lentamente, fino a farla combaciare perfettamente alla mia, aderente alla pelle, come se stesse entrando in un guanto. Così vidi la mia mano muoversi al di là della mia volontà, aprire le dita, afferrare la penna, raggiungere il foglio, nel punto esatto in cui la scrittura era stata interrotta. Ed iniziò a scrivere, si proprio così: benché fosse la mia mano fisica a tracciare segni, uno dietro l’altro, ve ne era un’altra, impercettibile ad occhio nudo, che scriveva per me. Si raccordò perfettamente alla righe successive, completando la frase interrotta, senza la minima discontinuità; quello che cambiava era la grafia, del tutto dissimile alla mia. Serena come non mai, mi misi ad osservare quella mano che scriveva parole che non conoscevo, perché pensate da un cervello che non era il mio. Provai a chiedermi come mai non provassi emozioni, timori e paure, di fronte ad un evento così paradossale, ma mi sorprendevo soltanto a sentirmi invasa da un sentimento di curiosità e rabbia, per l’indifferenza che quella forza esercitava su di me, alla stregua di come, nelle mille azioni quotidiane, provo per un oggetto inanimato. Una penna, ad esempio, che deve essere del giusto peso, scorrevole, ben impugnabile, dell’inchiostro come piace a me, quindi, in sostanza uno strumento cui chiedere obbedienza e nulla più. Adesso, invece, ero io ad essere usata come una penna e, per averne conferma, chiusi gli occhi e mi abbandonai a quella pressione esercitata sulla mia mano. Essa scorreva veloce, tracciando frasi sconosciute e, alla fine di ogni riga, andava a capo a quella seguente, poi, al termine del foglio, s’interrompeva, per riprendere a quello successivo. Contai il numero di righe di ogni pagina, ad occhi chiusi e mi resi conto che erano tante, quante io stessa ne avrei scritte, guidata dalle linee azzurrine del foglio. Il burattinaio, così ormai lo avevo soprannominato fra me e me, era diligente, rispettava le righe, usava un lessico forbito, alcuni vezzi letterari e non faceva errori di ortografia, quindi doveva essere una persona colta, o per lo meno con un’istruzione non proprio comune. Tenni gli occhi chiusi, sino a quando sentii la mano rallentarsi, poi fermarsi e, con la stessa indifferenza, con cui era entrata, uscì dal mio corpo, almeno quello fu la percezione che ne ebbi, nell’immediato, perché solo un fruscio lieve come un alito di vento mi segnalò il distacco. Aprii gli occhi e guardai la mia mano, che ancora stringeva la penna. Era di nuovo mia, non mi era stata rubata, ma solo presa in prestito. Avvertivo uno strano torpore, forse anche una sensazione di rimpianto, per aver lasciando andare quell’entità senza farle nemmeno una domanda. Mi rimaneva quel testo che aveva scritto sulle pagine del mio quaderno. Iniziai a leggere, poi cominciai a piangere quando mi accorsi, nel procedere della lettura, che il contenuto di quelle righe, vergate in elegante grafia, riguardavano proprio me. L’ignoto interlocutore pareva conoscere ogni anfratto della mia anima e, nel mio ostinato volere credere che a tutto c’è una spiegazione razionale, provavo a comprendere cosa mi fosse successo, perché io potessi aver scritto quelle parole, con una grafia ed una espressività a me per nulla congeniali. Non riuscivo a fare altra spiegazione a quel che mi stava accadendo, quindi, ancora commossa dalle parole che avevo letto, preferii andare a dormire, con la convinzione di risvegliarmi, di lì a poche ore, con il sorriso languido di chi ha fatto solo un bel sogno. Non fu così, perché al mio risveglio, il quaderno era ancora lì, sulla vecchia scrivania in noce, aperto alla pagina in cui lo avevo lasciato e con quelle righe che, quasi stessero insuperbite su un piedistallo, parevano guardarmi con piglio scettico, a convincermi che non era affatto un sogno, né un’allucinazione. Provai a farmi un caffé forte, non fosse altro per riacquistare la lucidità che temevo avessi perso, in chissà quale attimo di inconscia follia, ma dovetti prendere atto che quel testo andava letto per intero e convincermi che, in qualche modo, quei fogli volevano comunicarmi qualcosa. In effetti, c’erano scritte diverse cose, riguardanti la mia famiglia, alcune delle quali, in verità, non conoscevo affatto, ma lo sgomento mi pervase tutta, quando, alla fine di quella strana lettera, che altro non poteva essere, c’era la firma, stavolta riconoscibilissima: quella di mia madre. A quel punto, per non impazzire, andai in bagno a lasciarmi bagnare da un violento getto d’acqua fredda sotto la doccia, quasi a sincerarmi di non aver perso completamente il senno, dal momento che ero ben consapevole che mia madre era morta da ben sette anni e non poteva avermi scritto nulla di nulla. Per di più, la grafia non era la sua, ad eccezione della firma, così riconoscibile ed inequivocabile; inoltre, mia madre aveva a malapena concluso il ciclo della scuola dell’obbligo e non poteva in nessun modo aver acquisito un’eleganza lessicale e morfologica che quel testo dimostrava, in tutta la sua magniloquenza. Eppure, quando tornai di là, ancora fradicia dalla doccia, mi strinsi morbidamente nell’abbraccio della spugna dell’accappatoio, quasi a voler cercare conferme oggettive che non riuscivo a trovare in maniera diversa. Chiusi quel quaderno e lo riposi in un cassetto, proponendomi di uscire e di non pensarci, almeno sul momento, fino a quando non avessi trovato inconfutabilmente una spiegazione che potesse avvalorare o smentire quel che mi era accaduto quella notte. Contrariamente alle mie abitudini, presi a lasciar perdere le mie notturne veglie alla scrivania, a scrivere di getto pensieri scomposti, nel mio insano bisogno d’esternare sensazioni ed emozioni che mi arruffano spesso e sovente l’animo, almeno così avrei evitato di ritrovarmi fra le mani quel quaderno ed il suo misterioso messaggio. Scappavo ancora una volta di fronte alle prove misteriose che mi si paravano dinanzi, in un ancestrale timore di non accedere alle verità nascoste del mio io, profonde e segrete, verso le quali nutrivo una sorta di ostilità dolorosa, e di fronte alle quali rifiutavo sempre di misurarmi. Quando sentii papà al telefono, qualche giorno dopo, dovetti fare i conti con quella che non poteva essere più né una coincidenza, né un fatale concomitanza di eventi. Il vecchio genitore mi comunicava, con il fare più naturale di questo mondo, che sarebbe partito per la Polonia, patria della sua nuova e giovane consorte, per rimanerci qualche mese, in vista di alcune inderogabili incombenze che dovevano risolvere in quel paese dell’est. D’un tratto, come se mi stesse scorrendo una pellicola in bianco e nero, dinanzi ai miei occhi comparivano, una dietro l’altra, tutte le frasi che avevo letto nel mio quaderno e che mia madre aveva voluto preannunciarmi con quella strana modalità. Non v’era dubbio che il messaggio provenisse proprio dall’aldilà, da dove mia madre aveva voluto prepararmi ad un nuovo dolore, stavolta più consapevole e acuto, in una ineluttabilità a cui non potevo in alcun modo esimermi. Passai giorni, in totale abulia, evitando di farmi cogliere da un’inutile ansia, che avrebbe aggravato ulteriormente il mio stato d’animo, sin troppo compromesso dalle vicissitudini degli ultimi giorni. Non volli andare a salutare mio padre, alla partenza di quel volo che me lo avrebbe portato via per sempre. Preferivo che di lui mi rimanesse il ricordo delle sue mani stanche e rugose, ad accarezzarmi il viso, dei suoi capelli incredibilmente bianchi, che avevo cercato sul capo dei mille uomini che m’ero illusa d’amare, del suo sguardo pudico che evitava di scontrasi col mio, quando era stato condotto a scelte sin troppo dolorose. Non mi restava che attendere qualcosa o qualcuno che mi desse l’epilogo di questa storia, tristemente destinata a terminare fuori dalla mia terra e nel cui rimpianto vivo ancora i miei giorni inquieti e tristi.
Villa Ambra era l’ultima casa di cura che mi era rimasta da visitare, dopo mesi di continuo visitarne a decine in ogni posto d’Italia. Una stupenda struttura, immersa nel verde delle colline senesi, si stagliava in quel paesaggio che conoscevo bene e che negli anni era rimasto inalterato in tutto il suo splendore. Era come recarsi in pellegrinaggio, sulle strade dei miei giorni in Toscana, sotto il cui cielo di stelle straniere avevo cullato i miei sogni e le mie illusioni, ma erano passati ormai sette anni da quando non ripercorrevo i sentieri di quella terra. Stefano, l’unica persona che mi legava ai miei ricordi toscani, era ormai lontano anni luce, relegato in un cantuccio della memoria, anche se il cuore mi si annodava in gola ogni qualvolta mi sorprendevo a pensare a quello che questa storia d’amore avrebbe potuto regalarmi. Se solo io fossi stata capace di scendere a compromessi! La direttrice di Villa Ambra, alla quale mi ero preannunciata con una telefonata, ricevette me e mio padre con la cordialità di chi deve portare a termine un affare, del resto una retta mensile di quella portata valeva bene tutto il cerimoniale di eleganza e savoir faire che sciorinò con arguta competenza. Tanta eleganza e savoir faire si tradussero, mezz’ora dopo circa, con la strisciata a tre zeri della mia carta di credito, ma la cosa non era così drammatica quanto quello che ancora mi aspettava. Anche stavolta toccava a me la triste incombenza di accompagnare mio padre, vecchio ed ormai consumato da un incipiente Alzheimer, nella stanza che gli era stata assegnata e, quasi a voler esorcizzare quel distacco che io avevo rimandato per mesi, la direttrice si offrì di farmi da guida, alla visita nel grande parco che circondava Villa Ambra. Il paesaggio era incantevole: le colline, sfumate di verde a tre toni, con qualche macchia di marrone ed arancio, incorniciavano, in un fitto filare di aceri e betulle, una sorta di cerchio, entro il quale un curatissimo tappeto verde, faceva da sfondo al prato di centinaia di metri quadrati. Qua e là, sparsi in ordine attorno a delle siepi fiorite, qualche panchina: alcune vuote, altre ad ospitare visi consunti e canute capigliature, tutte rigorosamente accompagnate da graziose ausiliarie in divisa. I sensi di colpa non volevano saperne di lasciare il mio animo in affanno e, mentre cercavo di partecipare in qualche modo alla conversazione con l’elegante direttrice, una strana visione mi si arrotolò nel ventre, lasciandomi come un cane senza padrone con la bocca fumante, dalla quale uscì un roco e spezzato: Ohhh!!! Se ne stava seduto su una panchina, a stringere nervosamente un modellino di un trenino, ripetendo sommessamente un rumore modulato e ritmico che pareva il tonfo contro un muro di muffa. Ed io me ne stavo lì, con il fiato sospeso a fissare i contorni di quell’uomo che, a meno che non fosse un’allucinazione, era proprio Stefano. Erano passati sette anni, senza che nessuno avesse preso il suo posto, senza che uno straccio di sguardi o di mani si fosse mai posato sul mio decolletè. Nei chiaroscuri di quell’ombra, cercavo parole che potessero farmi annegare in un mare di certezze, che così ingordamente cercavo, come un naufrago in cerca d’un ancora in mare aperto. Mi avvicinai ed il suo sguardo perso nel vuoto, quelle mani rinsecchite che si muovevano nervosamente a mettere il trenino sulle “ rotaie” delle assi della panchina, e quelle labbra, imbottite di psicofarmaci a smorzarsi in un sorriso, quasi un ghigno, mi diedero la risposta che volevo. Era lui, ma non era in grado di riconoscermi. La direttrice, senza aspettare ch’io parlassi, intuita la mia curiosità, s’affrettò a spiegarmi che era lì da tre mesi, abbandonato da sua moglie, che non riusciva a gestirlo a causa del suo lavoro, che la vedeva spesso fuori Firenze. Già…gestire! Quante volte me l’ero sentito ripetere quel verbo, fino a detestarlo all’inverosimile e cancellarlo dal forbito campionario del mio lessico abituale. Appena più vecchio di me, che adesso avevo cinquant’anni, Stefano era finito per essere abbandonato in una casa di cura per anziani, lontano dai suoi treni, dalle strade ferrate che conosceva palmo a palmo, dalle sue locomotive a vapore, di cui aveva collezionato, in anni ed anni in giro per l’intera penisola, migliaia e migliaia di foto e di diapositive. Lui, il dirigente stimato ed in carriera, pieno di soldi e belle donne adesso se ne stava di fronte a me, seduto su una panchina, rimbecillito da anni ed anni di forzata remissività e sottomissione ad una donna che aveva voluto ostinarsi a mantenere in piedi un matrimonio, foss’anche per salvaguardare la facciata e le convenzioni. Eccolo lì, ridotto ad una larva a consumare i suoi giorni, masticando rade paure che sembrano volteggiargli intorno, rimesso nelle mani di un destino invisibile, fatto di simboli ignoti, che gli rendono quel che resta da vivere, un pattume freddo e banale. Se solo avessi il coraggio di avvicinarmi, forse quell’ansia che mi chiude la bocca dello stomaco smetterebbe di crescere e gonfiarsi. Se riuscissi a spalancare la porta dei ricordi, lasciandomi penetrare da quelle emozioni sparpagliate o da quei desideri che ho represso per sette anni, forse riuscirei a sciogliermi in un abbraccio, confidando di trasmettergli le emozioni d’un tempo. Eppure mi assalgono soltanto i giorni bui, in cui mi son sentita immersa nel fango, quando lui cercava di convincermi d’aver rinunciato a tutto, per una notte di quiete. Mi si scagliano addosso le sensazioni bizzarre che lui mi ha elargito a piene mani, facendomi sentire regina su un pezzo d’asfalto. Sento il fiato che m’ingrossa la gola a bloccare le parole che risuonano ossessive, quasi perché io ne assapori il disgusto. Si fa notte dentro di me, lentamente e si fa poesia la mia gestualità desueta, si fa nettare d’api il mio orgoglio, mentre volto le spalle a quell’uomo, rimanendomi in bocca il sapore, dal retrogusto così amaro, della vendetta. 
Quando faccio consuntivi io, giunta ormai al giro di boa di questa esistenza, non posso fare a meno di ritorno indietro con la mente, ai ricordi e ai rimpianti, alle cose che ho fatto ed a quelle che avrei potuto fare. Una miriade di tasselli variegati e scomposti che compongono il puzzle della mia vita e, immancabilmente, mi viene in mente il vestito a fiori, banale apparenza che mi è toccato indossare in ogni occasione, mentre trascorrevano opachi i giorni, nella casa paterna. Erano i giorni del rispetto, dell’ossequioso assecondare i voleri dei miei, così attenti ad una dignità tutta profonda, tutta meridionale, tutta compressa nel giustificare scelte e comportamenti. E nitido mi giunge ora, cinquant’anni dopo, il tonfo d’una pigna che cade distante da me, mentre me ne sto su una panchina a fissare i contorni d’un sogno, con un uomo che ora dorme e respira tra le braccia di un’altra. Nel sonno ho lasciato i suoni felpati delle mie scarpette da sposa, in quello strascico bianco, ormai pieno di polvere ed anni, riposto negli abissi slabbrati d’un cuore che chiede e chiede ancora. E da lontano, ancor mi giunge il calpestio delle corse di bimbi su foglie bagnate, mentre la bocca si apre ad una crepa che vuol essere un sorriso. Non cerco un senso per dare pace ai miei desideri più bassi, ma passo le notti a guardare le stelle, conoscendo a memoria ogni sospiro di vento, ogni rombo di tuono che copre i lamenti di grida soffocate d’amore. E fulmini saettanti mi entrano dentro, facendomi abortire figli mai nati, lasciandomi ora due mani rinsecchite che non servono ad altro, se non a stringere pugni vuoti. Non c’è giorno ch’io non senta, una voce che pare giungere dal ventre dell’anima, mentre covo nel grembo i miei giorni tutti uguali, con il cuore annodato alla gola. Ero a un passo dal sogno, quando le emozioni mi s’arrotolavano fra i capelli, mentre masticavo nebbia a rimettermi al destino che qualcun altro aveva scelto per me. Ero a un passo dal sogno anche quando sentivo quella lampada in faccia, quasi una luna infuocata, che mi ha reso colpevole, lasciandomi sterile, vuota, inutile e fors’anche un po’ banale. Marcata a fuoco, qual vitello neonato, vivo i miei giorni tra le nebbie dove non sono mai approdata, cercando un senso che sta lì, come un segnalibro tra le pagine dei ricordi, come una colpa mai confessata, come quel sogno spezzato a cui nessun’ alba ha dato decoro. Ero ad un passo dal sogno, addobbata delle stoffe e dei merletti di un perbenismo di circostanza, ma ora resto sola, all’alba del viadotto dei miei anni, a ripensare a quell’uomo che mi ha lasciata incompiuta, regalandomi quel brivido di paura che ancora mi percorre la schiena, come se ancora fossi stesa su quel lettino, a domandarmi se un golfino di lana sarebbe bastato a rendermi mamma.
"); //--> "); //--> "); //--> "); //--> "); //--> "); //-->